CategorySettembre 2008

Sabato 20 settembre 2008 Bizerte – Tunisia

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Il porto dei corallari e la pentola segreta
Appuntamento con Ciccio alle undici al porto dei pescatori dove c'è la sede della sua attività principale, quella di grossista del pesce, qui ci sono gli uffici,la grande cella frigorifera e il Tir che guida il figlio con il quale due volte a settimana si imbarca carico di pesce da TUnisi per Palermo. Incontriamo anche Mustafa il socio tunisino che ci dice di risentirci lunedì.
IL porto peschereccio di BIzerte è piuttosto grande, è come un lago artificiale con ingresso ridossato da una lunga diga, nella parte più esterna ospita le grandi paranze di ferro che sono così rugginose da sembrare relitti, mentre quella interna è formata da tre moli dove sono ormeggiate le barche di legno da pesca costiera e ci sono tante barche di corallari che si riconoscono per le camere iperbariche (alcune ne hanno anche quattro) e per le grandi manichette gommate.La costa settentrionale della Tunisina è famosa da secoli per la ricchezza e la qualità del suo corallo, qui in tanti sopratutto italiani si sono arricchiti velocemente con "l'oro rosso".
Alla fine del secondo molo, nascosto da reti accatastate e da gallegianti e segnali, un pentolone sta bollendo sopra un fornello a gas, i "pescatori peccatori" non gradiscono le foto che mi viene di fare al pentolone del Ramadam e al pacco di pasta che fa capolino da dietro una stagna gialla, e mi invitano ad allontanarmi mentre un ragazzino ingenuamente nasconde il sacchetto di pasta. Mancano pochi giorni alla fine del Ramadan e l'attesa per l'Eid è sempre più forte, anche (sopratutto) per chi non rispetta i precetti della religione islamica ed è già partito il totoluna per capire in quale giorno inizierà la festa.    
   

Venerd?¨ 19 settembre 2008 Tunisi, Cartagine e Sidi Bou Said – Tunisia

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Virgilio e le Muse

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Ulisse incatenato

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L’Anfiteatro

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La Cattedrale Sconsacrata

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Ricostruzione del Porto di Cartagine

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Il Porto oggi

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Modello del Porto Punico

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Le Terme di Antonino

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Sidi Bou Said

 

Da Didone a Ben Ali
Il tempo è brutto e minaccia pioggia, andiamo a Tunisi con un louage, voglio vedere il Museo del Bardo e quello che rimane della mitica Cartagine. Un’oretta e siamo alla stazione nord di Tunisi, il Museo del Bardo si raggiunge in pochi minuti, nei giardini c’è un raduno di auto storiche dove spicca una Diane da rally raid. Il palazzo che ospita il museo è grande ed elegante, un tempo era la residenza ufficiale del Bey di Tunisi, vicino all’ingresso c’è un deposito di mosaici in attesa di collocazione, prima che ci mandino via ammiriamo cataste di meraviglie che forse era meglio lasciare nei luoghi di origine.
Il Museo del Bardo (a parte una sezione dedicata  alla genesi dell’universo, dal Big Bang alla Pangea, fino alla comparsa della vita sulla terra e all’evoluzione dell’uomo dai primi ominidi all’Homo Sapiens) ripercorre la storia della Tunisia dalla preistoria al protettorato francese, però i mosaici del periodo romano sono la meraviglia di questo museo, ce ne sono centinaia alcuni enormi di oltre centoquaranta metri quadri, bellissimi colorati con forme che t’incantano e ti proiettano indietro nel tempo, nelle scene di vita quotidiana e nella mitologia, nella vita dei grandi personaggi storici, nella lussuria elegante e fiera raccontata in decine di mosaici (nella galleria fotografica di elbaeumberto c’è una serie di scatti dedicata ai mosaici del Bardo). Cinque ore volano ma per descrivere tutto ci vorrebbe un mese.
Per raggiungere le rovine di Carthago, bisogna attraversare Tunisi e con il petit ci vuole quasi un’ora, la medina per quanto grande è solo un piccolo quartiere di una grande area urbana dove abitano circa due milioni di abitanti, più di un quinto dell’intera popolazione della nazione. La città è in grande espansione, ci sono cantieri con grandi gru da tutte le parti che costruiscono grattacieli specchiati nell’ostentazione di una ricchezza che si vuol far credere di tutti.
Fra il cielo grigio e il puzzo di smog mi sembra di essere dentro Blad Runner  con le  pubblicità enormi dei colossi dell’elettronica e della finanza che dominano il panorama da sopra i tetti dei palazzi più alti.
Finalmente vedo la collina di Byrsa, il luogo dove  Didone secondo la leggenda fondò Cartagine nell’814 avanti cristo. Scendiamo e mi libero dell’insistenza del tassista che assolutamente mi vuole accompagnare a fare un giro da turista.
Le tracce di Cartagine sono mimetizzate dentro la città, a differenza di Roma che ti fa respirare e ti avvolge nel suo glorioso passato di cui ogni Romano si sente orgoglioso, Cartagine giace nell’indifferenza, te la devi cercare e anche un po’ immaginare.
Qui intorno ci sono i resti di grandi cisterne  e il circo massimo, che è diventato una collina cimitero, l’anfiteatro si riconosce bene (ci sono anche i guardiani e un biglietto da pagare, sono buffi se ne stanno in un angolo a fumare ignorando i precetti del Ramadan) è praticamente abbandonato ma forse proprio per questo ancora più affascinante, con i gradoni erbosi e con i camminamenti sotterranei scuri e muschiosi che sanno di mistero, sembra si sentire l’odore del sudore e del sangue impregnato in queste pietre da fiere e gladiatori, l’uscita è spoetizzante con la gente che dormicchia sotto i pini fra la spazzatura.
Salendo verso la Byrsa sbucano reperti da tutte le parti, anche perché è tutto piuttosto brullo, forse il sale sparso nel terreno dai Romani in seguito alla distruzione della Cartagine Punica nel 146 avanti cristo è ancora presente nel suolo. Il panorama è dominato dalla grande cattedrale sconsacrata di San Luigi che fu costruita dai francesi nel 1884 proprio sul culmine del colle, dove era il cuore dell’antica Cartagine, per ostentare il proprio potere, sfregio che non fa certo onore all’ultima mandata di galli coloniali.
Città sopra città, sopra città, ognuna con i propri simboli da ostentare e gli altri da cancellare, questa è la storia della collina della Byrsa che si erge davanti al mare in posizione di dominio sul superbo Golfo di Tunisi (un gigantesco porto naturale fra capo Bon e Capo Farina che nella forma ricorda la darsena di Portoferraio) e sulle  lagune e pianure circostanti (dove oggi si estende a perdita d’occhio Tunisi).
La leggenda dice che Didone da scaltra Fenicia qual’era (la leggenda l’ha scritta Virgilio che era Romano) trattò con gli abitanti del posto l’acquisto di una porzione di terra grande come una pelle di vacca, pelle che poi tagliò a striscioline circondando la base della collina e sul poggio  costruì la sua città.
Cartagine fu veramente fondata dai Fenici intorno all’ottavo secolo avanti cristo per consolidare i  traffici commerciali nel nord Africa, in breve divenne la più potente città di questo popolo di navigatori ed estese i suoi territori dalla Libia alle Baleari occupando anche la Sicilia e la Sardegna. Il domino sui traffici del mediterraneo la portò allo scontro con Roma che iniziò nel 263 con la prima guerra punica e si concluse nel 146 alla fine della terza, con la distruzione di Cartagine.
Dopo un secolo, nel 44 sotto Giulio Cesare, Roma rifonda Cartagine, viene spianata la sommità della collina e nella grande radura costruito il cuore della città con il Campidoglio, il foro, la basilica e i templi principali, in breve tempo cresce in dimensione e importanza fino a diventare la terza città dell’impero dopo Roma e Alessandria. Cartagine rimane comunque il fulcro della vita sociale e politica anche sotto la dominazione dei vandali e quella successiva dei bizantini per poi venire abbandonata intorno alla metà del settimo secolo con  l’inizio della dominazione araba. I maomettani costruiscono la Medina di Tunisi facendola diventare il centro del potere e usando la città fondata da Didone solo come cava di pietra. Oggi Cartagine è il quartiere bene di Tunisi, qui ci sono le ville dei ricchi tunisini e di tanti arabi mediorientali che si trasferiscono in Tunisia attratti dai costumi tolleranti degli eredi dei pirati di Barberia.
Dietro la chiesa che, se pur diversa, sa di altare della patria, c’è il museo Archeologico che è ricco di reperti eccezionali e come tutti i musei ha negli angoli le postazioni dei custodi che se ne stanno  immobili appolpiti e unti in attesa della chiusura. I custodi dei musei hanno sempre le solite facce tristi e scoglionate, che sia la villa di Napoleone di San Martino o’l Museo di Cartagine.
Anche qui ci sono mosaici favolosi, c’è un leone che sembra vivo e una nobildonna che ostenta un culo moscio e cellulitico. La parte che parla della Città Punica ha delle bellissime riproduzioni dell’eccezionale porto militare a pianta circolare. Lasciato il museo scendendo verso il mare si passa dal quartiere Punico che è stato scavato di recente e si è conservato perché fu sotterrato dai detriti degli sbancamenti fatti dai Romani, è una zona chiusa ma non c’è nessuno e la attraversiamo, ci sono le case con i bagni interni e dei sistemi fognari molto raffinati, risalgono al terzo secolo avanti cristo. Lasciamo le case del Tempo di Annibale e scendendo troviamo un’apertura nella recinzione e dopo un po’ di svicolate fra grandi villoni recintati arriviamo al mitico porto di Cartagine. Purtroppo non si vede quasi niente, solo un isolotto dentro un laghetto salmastro circolare dove era il porto militare difficile da decifrare, insabbiato e abbandonato oggi è sfruttato solo per tenerci qualche barchettino. Sull’ isolotto si vedono i resti di questa meraviglia con gli scivoli per mettere in mare gli armi dai ricoveri sopraelevati, era il porto perfetto ulteriore dimostrazione che l’evoluzione non è cronologica o perlomeno non è costante. Inizia a piovere, le aree archeologiche stanno chiudendo, il ramadan colpisce ancora. Camminiamo lungo costa in direzione delle Terme di Antonino che sono chiuse ma anche qui c’è un cancello aperto, è un complesso enorme queste erano le  più grandi terme fuori da Roma e nonostante quasi due millenni di saccheggi sono impressionanti, sembra di camminare nei fori imperiali solo che si è in riva al mare e circondati da palme. Non c’è nessuno solo la pioggia che però rende il tutto ancora più bello ravvivando marmi e mosaici, un bercio mi sveglia, è un guardiano incinghialito, dopo un cazziatone in arabo ci concede altri cinque minuti, voglio fotografare le colonne del frigidarium che spiccano davanti al mare ma un soldato con un mitra più lungo di lui mi dice di tornare indietro, mentre da una serie di garitte ne fanno capolino altri, si esce, poco dopo si capisce il motivo di tanta aggressività, le terme confinano con la residenza presidenziale. Camminiamo per raggiungere Sidi Bou Said il famoso quartiere degli artisti europei che si dice sia il ritrovo degli artisti in giro per il nord Africa. Il vialone è un incubo di traffico e militari in uniforme e in borghese che controllano le tante sedi diplomatiche lungo la via. Sidi Bou Said si sviluppa su un promontorio affacciato sul mare, ricorda nelle forme e nei colori delle case la Kasbah di Rabat in Marocco e la cosa buffa è che anche lì pioveva, è un villaggio bianco e celeste costruito con un’architettura morbida ed elegante di influenza Andalusa che fu portata qui nel mille e cinquecento dai mussulmani in fuga dalla Spagna tornata cristiana, prende il nome da un maestro Sufi del tredicesimo secolo. E’ un bel posto, bello ma troppo patinato e da turisti, con i negozi di souvenir e i prezzi europei. E’ ormai sera sotto un diluvio raggiungiamo al stazione del tranvai ma il macchinista mi dice che per un paio d’ore si ferma tutto per la cena, lo diciamo anche a una ragazza giapponese che però dopo aver sorriso  disciplinatamente continua ad aspettare sotto la pioggia. Anche i petit si fermano per la cena, ma la fortuna vuole che uno sta rientrando verso la zona nord così raggiungiamo la stazione dei louage e da lì Bizerte.
   

Gioved?¨ 18 settembre 2008 Bizerte ‚Äì Tunisia

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Don Ciccio
E’ tornato Ciccio il nostro amico Siculobizertino che ha preso a cuore la storia de La Galite e mi sta aiutando a trovare una soluzione per le autorizzazioni. Come tutti gli italiani che lavorano all’estero ha una gran voglia di parlare, mi racconta del suo inserimento a Bizerte, dei tunisini e degli italiani che si rovinano quando sposano le tunisine.
“i tunisini non hanno una personalità” mi dice “se te diventi come loro sei finito, un giorno si prendono a coltellate e il giorno dopo vanno a braccetto” e poi a fronte alta e con gli occhi scintillanti aggiunge “ noi Siciliani siamo diversi, abbiamo un onore”  “qui è tutto facile, per gli affari basta farsi le amicizie, ma la tua personalità non la devi perdere mai” “i tunisini” continua “non sono bravi a avere le idee però sono gente che si fida e rischia con te, non sono come gli italiani che non rischiano mai e fanno morire tutto”.
Lui e la moglie hanno deciso di trasferirsi qui definitivamente e anche i figli stanno pensando di fare lo stesso.
Ciccio è un capo e si sente, non ostenta, È. Testa alta e occhi sempre vigili sorride a tutti e saluta sempre per primo, è un boss buono col pallino degli affari che si gratifica nell’aiutare le persone,  innamorato della sua famiglia e con lo sguardo sempre acceso sul futuro che però, come tutti i nonni, diventa mansueto e rincoglionito di felicità quando ti fa vedere la nipotina.
   

Mercoled?¨ 17 settembre 2008 Capo Farina – Tunisia

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le antiche cave

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la grotta del marabutto

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Il confine Africano di Roma e le grotte di Sidi Ali el Mekki  
Sveglia alle cinque per arrivare prima dell’alba alla spiaggia di Sidi Ali el Mekki, alla base meridionale di Capo Farina. Le sagome prendono forma nella prima luce del giorno quando arriviamo al villaggio di Ghar el-Melh disteso fra la creta meridionale del Jebel Nadour e una grande laguna immobile. Questo piccolo mare interno un tempo era il famoso porto dei pirati di Capo Farina, vicino al canale principale, oggi insabbiato, ci sono tre possenti forti ben conservati i cui cannoni respinsero la flotta di Sir Francis Drake nel 1654. All’inizio ottocento la pirateria fu bandita e il porto fu convertito a traffici commerciali “legali” ma dopo poco una piena del oued Medjerda riempì la laguna-porto di sedimenti e dopo vani tentativi di dragaggio il porto venne abbandonato e le imbarcazioni che facevano base qui si trasferirono alla Goulette.
La spiaggia è deserta, nel silenzio la luce aumenta, l’alba si accende con il sole che sbuca dalle foschie marine e poi sale veloce fra l’isola piatta e Zambra.
Le dune ricoperte di ginepri si disegnano di ombre lunghe sotto lo sguardo di una gigante luna piena che non vuole lasciare la scena, la costa alterna spiaggette bianche di polvere di conchiglie e scogliere gialle, negli anfratti più ridossati le barche e le reti dei pescatori che fra le dune hanno le loro case capanna un po’ in muratura e un po’ di legno e frasche, fra le dune ombreggiate stalle, pollai e cani da guardia, uno sbavante e rabbioso che ringhia minaccioso mi fa girare largo fra ginepri e tramariggini. C’è profumo di mare e di macchia, aria di casa, i colori caldi e definiti delle mattine estive di maestrale, il sole caldo e vento salmastro, nei gineprai merli e tordi fanno festa e in alto volano rondini, balestrucci e falchi, sulla costa i pescatori lanciano il razzaglio ai muggini. Arriviamo a Capo Farina, confine dell’impero romano dopo la conquista di Cartagine del 146 avanti cristo, doppiato il Capo finisce il ridosso e il mare inizia a biancheggiare, qui la costa è tutta rocciosa, segnata dalle ferite rette delle antiche cave di pietra da cui sono stati estratti enormi blocchi, è la stessa roccia conchiglifera della costa di El-Haouaria, la madreperla delle antiche  conchiglie riflette la luce così come il sale depositato nel letto delle cave rispecchia lucente il sole africano. Questo tratto sa di Pianosa, ma in generale Capo Farina ricorda i sentieri di Capo Corso soprattutto i viottoli fra le dune e i ginepri nella zona di Barcaggiu.
Lungo la via del ritorno la macchia si arricchisce di pini d’aleppo, di lentischi, olivastri e fillirea, in alto in posizione di dominio una casa nivea e custodita da due cani anch’essi candidi che abbaiano aggressivi dal tetto. Scendiamo nuovamente verso il mare per poi risalire fra le “serpaie” fino al grande mausoleo di Sidi Ali el Mekki un famoso marabutto sufi che viveva qui. All’esterno le tombe di marabutti minori, si entra poi da una porta verde, c’e la casa del guardiano che rimane indifferente alla nostra presenza, una serie di cunicoli ci portano in una grande grotta imbiancata di calce con due finestre con le inferriate che guardano il mare, al soffitto ganci di ferro dove il marabutto e i suoi seguaci davano prova della sopportazione del dolore entrando in stato di trance e  conficcandosi i ferri nella membra appendendosi poi al soffitto. Le pareti sono piene di impronte di mani insanguinate che creano una tetra suggestione, sul pavimento le botole di due cisterne d’acqua e alla spalle un grande catafalco con all’interno la tomba del gran marabutto. Sul fianco interno della grotta un passaggio conduce ad un'altra grande caverna rivestita di calce, senza finestre e con un grande altare al centro, è un ambiente enorme, silenzioso, che odora di calce e terra umida, un po’ affascinante e un po’ inquietante la caverna moschea per secoli ritrovo di Sufi, i mistici mussulmani tanto venerati in questa zona a cui anche i pirati chiedevano intercessioni.
Si torna a Bizerte e si consegna la vettura con un ritardo accettabile.
 
   

Marted?¨ 16 settembre 2008 Lago Ichkeul, Bulla Regia, Ain Draham, Tabarka – Tunisia

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Il lago (troppo) salato
La clio tre volumi ci attende davanti al noleggio, questa macchina è lo gnu delle vetture per quanto è sgraziata (auto dalle linee disarmoniche per i continentali); minuzioso controllo della carrozzeria con il puntiglioso gestore e si parte.
Fiancheggiamo il lago di Bizerte fino ad incrociare lo Oued Tinja che lo collega al lago Ichkeul, lungo il canale c’è un sistema di chiuse per favorire l’ingresso delle acque del Bizerte e cercare in questo modo di compensare il diminuito apporto di acqua dolce dovuto alla costruzione di dighe a monte sui torrenti che alimentano il lago Ichkeul.
Si prosegue lungo una strada rialzata che attraversa una zona paludosa al confine con l’area del Parco che è tutta recintata, si vedono tante garzette, qualche gheppio e un grande falco di palude. Arrivati all’ingresso si fa il biglietto (un dinar) e si prosegue per un paio di chilometri incontrando  un piccolo douar intorno al quale pascolano capre e mucche e poi si parcheggia nella zona dell’Hamman dove la gente viene a curarsi  le articolazioni e la malattie della pelle con le acque calde (quaranta gradi) salate e ricche di zolfo.
Oggi però non c’è nessuno, solo un guardiano che pennica sotto un tamerice.
Assieme alla laguna di El Kala nella vicina Algeria, questo bacino è il più importante luogo di svernamento dell’area del mediterraneo e gli uccelli arrivano qui da tutta l’Europa.
Il lago Ichkeul è unico e conosciuto in tutto il mondo per le variazioni stagionali di salinità, in inverno ha una salinità molto bassa, 5 grammi al litro, mentre in estate arriva ad essere superiore ai 30 grammi al litro, cioè è più salato del mare perché i fiumi si seccano e non arriva più acqua dolce.  Questo fenomeno, unito alla forte evaporazione, fa calare il livello del lago che diventa più basso del lago di Bizerte (mare) quindi le acque salate precipitano attraverso il canale Tinja dentro l’Ichkeul e la salinità aumenta enormemente. Questa situazione unica di variazione di salinità aveva  permesso lo sviluppo di un ecosistema molto ricco e complesso anche per gli animali stanziali, oggi però, le dighe costruite per i crescenti bisogni di acqua dolce per le abitazioni e per l’agricoltura hanno alterato i delicati equilibri delle acque, la salinità rimane elevata anche nella stagione delle piogge con il risultato che alcune specie vegetali che erano fonte di cibo per gli uccelli sono scomparse ed altre come le canne e i giunchi si sono ridotte di molto. Il delicato equilibrio alterato ha già portato a una grande diminuzione di presenze di volatili e sta creando grossi problemi anche  alle lontre presenti nel lago.
Mi si figurano nella mente le formazioni di uccelli che a fine estate passavano sopra l’Isola, volavano decise puntando il sud della Corsica, disegnando delle v oscillanti fra cielo e mare, probabilmente erano dirette proprio qui. La riflessione che il mondo è la casa di tutti e i confini sono solo una follia inventata dall’uomo è banale e scontata ma anche sacrosanta. Tre dighe; e un equilibrio millenario viene stravolto per sempre.
Dal lago cominciamo a risalire i fianchi dal Jebel Ichkeul camminando fra lecci, lentischi, mortelle e tanti olivastri, dove sono numerosi i merli e le tortore, poi cambiato versante si scende verso il lago dove fanno bella mostra un paio di gruppi di fenicotteri rosa che pasturano. Scendiamo al livello del lago, la macchia di leccio lascia il posto a un’intricata “foresta” di tramariggini (temerici) che arrivano fino alla battigia, ma in inverno l’acqua entra fra gli alberi per almeno duecento metri. Nonostante tutti i problemi il lago comunque é ricco di vita, ci sono garzette, aironi, germani e oche, ma i protagonisti sono i fenicotteri rosa che sono a trecento metri dalla riva. Provo ad avvicinarmi ma camminare nel lago è complicato nonostante la profondità di pochi centimetri, perché sfondo nel fango morbido e adesivo fino alle caviglie, è quasi impossibile avanzare ci vorrebbe un peso da fenicottero o un kayak, per un attimo ripenso alla prima idea di viaggio, quella con Cinghio, il kayak e le bici. Visto da dentro l’Ichkeul (che è veramente salatissimo) è ancora più vivo, ci sono un sacco di arsellone e pesci che aggallano, probabilmente muggini, i più scenografici sono i branchi di microscopici pesciolini che increspano impercettibilmente la superficie del lago nuotando a pelo d’acqua, passano anche un paio di piccoli serpentini che sembrano volare sulla densa acqua salata.
Ritorno a riva e ci incamminiamo verso il monte, la luce è molto bella c’è un sole potente che filtra fra le nuvole, in verità sempre più minacciose, i fenicotteri si alzano in uno spettacolare volo, è un ambiente silenzioso e ricco di vita animale, ci sono tanti falchi e alcuni veleggiatori veramente grandi. Arriva uno scroscione violento e ci ripariamo nell’ecomuseo che è aperto anche se non c’è nessuno, proprio come dovrebbero essere le case del Parco da noi.
Passata la buriana torniamo alla macchina e si prosegue per
Bulla Regia (e la Villa sotterranea di Venere)
attraversando una campagna brulla contornata da fichi d’india, passando prima per Mateur e poi per Beja, una città di campagna piuttosto estesa che si sviluppa su una collina contornata da coltivi, dove ci fermiamo per comprare il pane. L’edificio più grande è la chiesa  sconsacrata che anche qui è diventata un centro culturale, la città si sta animando e il mercato della medina brulica di gente, il mare è già lontano e le fisionomie dei passanti sono quelle affilate dei berberi, già si respira l’entroterra Africano con la gente che arriva dai villaggi di campagna nella città di riferimento con carri e ciuchi. Si riparte veloci e passata Jendouba, dopo pochi chilometri, i ruderi imponenti di templi e edifici in laterizio ci dicono che siamo arrivati alla famosa Bulla Regia. Non c’è nessuno solo un custode che ci dice che la chiusura è anticipata per il Ramadan e che abbiamo meno di un’ora, comunque intanto si entra. Questa città è famosa per le ville sotterranee che i nobili romani costruirono per ripararsi dalla calura, all’interno delle quali si sono conservati perfettamente i pavimenti a mosaico.
Attraversiamo velocemente la parte bassa della città antica, quella pubblica, per visitare subito, visto il poco tempo a disposizione, il quartiere “bene” che si trova in alto. Le ville visitabili sono sette, tutte molto belle e suggestive, sono scavate nella roccia e ci si accede da scale che sembrano portare dentro delle cisterne, ma poi si apre uno spettacolo meraviglioso di colonne e pavimenti a mosaico perfettamente conservati, reso ancora più suggestivo dalla luce che filtra dai lucernari e dalla temperatura assai confortevole. La villa più bella è quella detta di Anfitrite soprattutto per il grande mosaico che ritrae venere nuda insieme a due centauri che emergono da un mare ricchissimo di pesci. Arriva il guardiano e anche una guida anziana e brontolona, subito ci dicono che bisogna andare ma poi ci concedono ancora un po’ di tempo, così si gironzola ancora un po’. L’ideale sarebbe poter restare fino al tramonto per fare qualche bella foto ma va già bene così e poi il fatto di essere soli è un gran lusso. Ritorniamo verso il basso percorrendo le vie lastricate che contrariamente al solito sono sinuose perché Bulla Regia fu costruita su un precedente insediamento edificato intorno al quinto secolo avanti cristo durante la dominazione Cartaginese, successivamente, dopo la caduta di Cartagine, divenne città Numida sotto il controllo di Roma, ma la città raggiunse il suo massimo splendore quando l’Impero ne assunse il controllo diretto fra il  II e III secolo ed infatti gli edifici più belli risalgono tutti a questo periodo. A seguire ci fu la dominazione Bizantina che ha lasciato i ruderi di due basiliche e qualche mosaico che per quanto bello non è paragonabile per grazia e magia ai capolavori precedenti, la città poi fu abbandonata nel VII secolo con l’avvento degli Arabi.
Si passa davanti a una piccola oasi che si trova proprio nel mezzo degli scavi, qui c’è la sorgente che un tempo alimentava Bulla Regia e oggi alimenta la moderna Jendouba. Raggiungiamo il tempio di Apollo e poi si entra nel Foro, un grande rettangolo lastricato con intorno i grandi piedistalli che ospitavano le statue di Dei e Imperatori e poi la zona dei mercati con i canali per le porte a scorrere delle botteghe, è una Pompei Africana fra le palme e senza Vesuvio. I Romani erano maestri di idraulica e si vedono ancora molto bene i canali che arrivano dalla sorgente e quelli  di scolo delle acque scure che allacciano anche le massicce latrine di marmo.
C’è anche un piccolo tempio dedicato a Iside divinità egizia adottata dagli eredi di Romolo e Remo (il cui culto al tempo sembra essere giunto fino all’Elba come testimoniava l’effigie che uno  stronzo si rubò qualche decennio fa dalle mura della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Rio Elba) e poi si arriva al teatro dove c’è un mosaico che raffigura un orso possente al centro della scena. Il custode si riaffaccia dando segni di impazienza ma ormai voglio vedere anche le gigantesche terme pubbliche intitolate a Giulia Mummia moglie dell’Imperatore Settimio Severo, dove si possono ammirare i ruderi delle grandi fornaci usate  per riscaldare l’acqua e una serie di ingegnosi sistemi di tubazioni in laterizio, per distribuire acqua e vapore per il calidarium e i canali provenienti dalla sorgente per il frigidarium.
Lasciamo con rammarico questo luogo eccezionale, ringraziando il guardiano per la concessione e ripartiamo, mentre la voce lamentosa del muezzin della grande moschea di Jendouba canta le litanie coraniche, in direzione di
Ain Draham (Il bosco al confine)
che dista una quarantina di chilometri. Risaliamo verso nord avvicinandoci al confine Algerino, la strada sale dolcemente e si incontrano più asini che auto, piano piano il paesaggio cambia e comincia a diventare più verde, prima i pini e poi lecci e sughere mentre la strada diventa più tortuosa e bella da guidare, è un ambiente vagamente Corso. Passiamo davanti ad un grande centro sportivo e poi arriviamo a Ain Draham, un paesone a novecento metri di quota adagiato sotto le pendici del Jebel Biri (1014 metri) il monte più alto della piccola catena del Kroumirie che si estende da qui verso la costa e che in inverno è spesso coperta di neve. C’è l’aria fina come sulla montagna Elbana e la macchia è in prevalenza di quercia da sughero che qui è anche la risorsa principale. Dal paese parte un sentiero che porta al Col de Ruines, è un ambiente fresco e ombreggiato da grandi querce, ci sono le felci aquiline, l’erica arborea e le coti sono ricoperte di muschio e fra i frenelli verdi spunta anche qualche fungo. È un’Africa molto lontana da quella che ci si immagina dall’Europa, però in questi boschi all’inizio del novecento c’erano ancora leoni e leopardi che sono stati estinti per sempre da questa zona dai cacciatori francesi in cerca di trofei.
Dal cocuzzolo, che assomiglia incredibilmente alla vetta del Monte Tambone, il panorama è notevole, si vede il mare di Tabarka e le colline verdi dell’Algeria che dista solo un paio di chilometri, superare la frontiera passando per la macchia non dovrebbe essere un problema, anche se ci sono diverse caserme militari, vista da qui la terribile Algeria sembra un posto tranquillo e familiare, con morbide colline verdi che arrivano fino al mare.
Manca poco al tramonto quando  riprendo la vettura per prendere la strada per Tabarka che è fiancheggiata dalle sughere fin quasi al mare. L’arrivo nella famosa
Tabarka (i Liguri Africani)
è un po’ deludente, tanti palazzi, anche qui il morbo del cemento dilaga con alberghi e residence che stanno devastando un tratto di costa meraviglioso. Il centro fu fondato dai Fenici nel quinto secolo avanti cristo e durante la dominazione romana, grazie al suo ridosso sicuro, divenne un porto importante da dove si imbarcavano i marmi provenienti da Chemtou e i felini destinati agli spettacoli nelle arene Europee. Tabarka è famosa anche perché fu parte del riscatto che Khair el Din pagò ad Andrea Doria nel 1544 per liberare Dragut che era prigioniero nelle galere genovesi. Il braccio destro di Barbarossa era stato catturato quattro anni prima da Giannettino Doria  nelle acque della Girolata in Corsica. L’isola di Tabarka venne data in concessione ai Lomellini, famiglia vicina ai Doria interessata allo sfruttamento del già famoso corallo rosso, i quali  fecero colonizzare questo lembo Africano da alcune famiglie di Pegli e si adoperarono per la costruzione del forte che ancora oggi domina questo tratto di costa.
Il tempo si mette al brutto e viene anche qualche goccia, facciamo un giro nel porto alla ricerca di qualche barca disposta a portarci a La Galite ma senza risultato, solo il “raccatta turisti” di un osceno finto galeone battezzato Hannibal cerca di convincerci a fare un’escursione con la sua chiatta “gardalandyana”. In porto lo scafo più affascinante è quello di un vecchio veliero bianco elegante e misterioso, è messo un po’ male ma questo lo rende ancora più affascinante, poi ci sono un po’ di pescherecci, le barche dei diving e quelle dei corallari. Si ritorna verso Bizerte che dista da qui circa centocinquanta chilometri, i paesi che si incontrano lungo la strada sono pieni di gente  con i cafè strapieni di uomini che guardano le telenovele egiziane alla televisione, bisogna fare attenzione perché nelle notti di Ramadan nelle strade dei paesi c’è sempre agitazione e anche fuori dai centri urbani c’è da stare vigili, qui la gente ha il vizio di camminare in mezzo alla strada  e i  motorini sono quasi tutti senza fanali.
La luna illumina il Jbel Ichkeul, siamo di nuovo al lago, questa volta  passo dall’altro lato dove ci sono diversi rapaci notturni appollaiati sui pali ai bodi della strada, soprattutto barbagianni e gufi, poi si arriva a Bizerte che è già domani. 

   

Luned?¨ 15 settembre 2008 Bizerte – Tunisia

Image Aritanga
Aritanga coll’uffici, dopo una serie di muri di gomma si trova un burocrate gentile, ma la situazione rimane statica, tutto quello che si poteva fare è stato fatto, per i permessi si va dai due giorni ai tre mesi di attesa …. inshallah.
In lontananza si staglia la sagoma del Jebel Ichkeul dove sembra ci siano anche le aquile, domani andiamo a vedere, giriamo un po’ di noleggi e ci accordiamo: con 35 euro si noleggia una clio per un giorno e mezzo, appuntamento domattina alle otto.
   

Domenica 14 settembre 2008 Bizerte – Tunisia

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Domenica italiana
Pioviscola vado a fare una corsetta in spiaggia, tra un po’ si ricomincia la marcia, se inschallah riusciamo a risolvere il “caso” La Galite voglio partire a piedi alla volta del deserto. La spiaggia è deserta ci sono solo un po’ di animali al pascolo nel tombolo, ci sono anche i tre cammelli da foto ricordo, assai più a loro agio fra mucche e capre che fra i turisti. La pioggia aumenta e dal oued arriva la piena aprendo un canale nella sabbia che mi obbliga a cambiare percorso.
Continua a piovere e passiamo una classica statica domenica italiana, al ristorante italiano con tanto di gran premio di monza (storica vittoria di Vettel) e partite di calcio. Questo posto è il ritrovo degli italiani che lavorano a Bizerte, sono tanti, impegnati soprattutto nel commercio del pesce ma anche nell’industiria e nel turismo, la Tunisia attira le imprese italiane attratte sopratutto dal basso costo della manodopera. Come sempre è pieno di milanesi e gente che lavora nei villaggi turistici che ormai sono vicini al rientro e poi come in Marocco ci sono tanti pensionati che con la loro rendita fissa qui vivono come pascià.
Smette di piovere e faccio un giro nel porto commerciale che si trova dentro il lago di Bizerte che in realtà è mare, qui le attività di carico e scarico non si fermano mai, gli scali commerciali hanno tutti lo stesso odore di ferro vernice e nafta, Bizerte come a Livorno a Buenos Aires come a Genova. Lasciato il porto, appena fuori dal centro, inaspettata una chiesa ortodossa dalle eleganti cupole azzurre, la sorpresa di una giornata interlocutoria.
   

Sabato 13 settembre 2008 Bizerte – Tunisia

Image Le mucche urbane
Mattinata passata girando mille uffici senza concludere niente, per disintossicarci andiamo a fare un giro lungo costa nella zona delle grotte, una decina di chilometri a nord di Bizerte. Il tempo è scuro e fresco e le nuvole che arrivano dall’Algeria promettono pioggia. Passata una collina super fortificata sotto la quale si trova il carcere, si raggiunge la famosa zona delle grotte, in alto sulla collina di roccia bianca i bizertini benestanti si stanno costruendo diverse grandi brutte ville, mentre la costa, a parte la plastica, è ancora ben conservata con una serie di spiaggette inframezzate da rocce che ricordano quelle di Pianosa, dove ci sono le grotte che danno origine al nome di questa località, subito a ridosso del mare c’è una bella macchia mediterranea a prevalenza di lentisco e tamerice. Entra vento teso e comincia  pioviscolare, rientrando si incontra un gruppo di podisti attempati che si allenano nonostante il Ramadan, siamo ormai dentro Bizerte quando un branco di una decina  mucche senza mandriano, di ritorno dal pascolo dietro la spiaggia, attraversa le strade del centro bloccando per qualche minuto il traffico, gli strombazzano stizziti ma le mucche con i loro faccioni impassibili lentamente e senza nessuna ansia attraversano le due strade e poi si avviano tranquillamente verso la stalla. Canto dei muezzin e il botto, che parte da un cannone del forte, poi il silenzio, subito dopo il tramonto le vie di Bizerte sono deserte come sempre in questi giorni di forzato digiuno diurno.
 
   

Venerd 12 settembre 2008 Bizerte – Tunisia

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I dolci del Ramadan
Giornata svogliata passata a scrivere e leggere nell’attesa di risposte che non arrivano, immersi in un clima di contagioso sbadiglio generale che il caldo afoso rende ancora più avvolgende e le piazze, che durante il giono diventano dei dormitori pubblici, ne sono l’immagine più lampante.
Al botto del tramonto mi consolo con i dolci del Ramadan che il padrone di casa ci ha offerto, sono dolci tipo bocchette e frangette immerse nel miele e pasta fritta tipo bombolone con i datteri dentro.
   

Gioved?¨ 11 settembre 2008 Bizerte – Tunisia

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La barca del Governo
Mi vedo con Kaled, per l’imbarcazione ci siamo, il problema è rimanere qualche giorno sull’Isola. Da quando è diventata base militare è diventato tutto più complicato, domani la barca va a La Galite ma è un servizio solo per il governo e quindi noi non si può andare nemmeno anda e rianda. Kaled mi dice che sono dei tecnici del ministero dell’ambiente che stanno raccogliendo dati per trasformare La Galite in un parco naturale e lui ha un contratto con loro per il servizio di trasporto. 
Ciccio è andato per qualche giorno in Italia e questo mi sa che rallenterà tutta la trafila.