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Apro la porta e trovo la tavola imbandita di leccornie, anche Tambone se la passa bene, sta mangiando spighe di grano in compagnia del mulo bianco di casa El Msiah. Finito il Rif ci separeremo da Tambone, mi piacerebbe spedirlo all’Elba, o anche a Pianosa, o a Nova Ponente da Zighe, ma ci sono tanti problemi di costi doganali e vaccini, se non sarà possibile questa potrebbe essere una buona soluzione, il posto è bellissimo e le persone eccellenti e per Azzedine venirlo a prendere sulla costa mediterranea non sarebbe un problema.
Il ragazzo saluta il padre con reverenza e questi gli accarezza la nuca, un cerimoniale antico, rituale e spontaneo allo stesso tempo, che stabilisce gerarchie e consegne. Prepariamo i due muli e si parte, si sale ripidi fino al paese di Bni Krama, il sentiero è ripido e bello di quelli difficili da trovare da soli, si viaggia veloci, Serena sul mulo bianco e Tambone, oggi in gran forma, con il solito carico. Superato il piccolo douar il viottolo diventa un rigo che sale verso le nebbia in quota, è un posto di meraviglia di quelli dove la realtà supera la fantasia, quando il silenzio si fa denso e poi si sente dentro e intorno un colpo di gong, ti senti leggero e invincibile ed entri in un mondo di magia senza tempo.
Si sale verso le nuvole camminando su una dorsale di roccia che sembra la schiena di un infinito drago pietrificato, la nebbia si apre davanti a noi e ci fa incontrare le donne che stanno mietendo il grano su terrazze impossibili che sembrano sospese nel vuoto. Ho sempre considerato i saltini intorno al Colle di Tutti, nella valle di Pomonte, come opere di “agricoltura estrema” ma qui devo risettare tutti i parametri.
Il viottolo lascia il crinale e si arrampica sui fianchi ripidi della montagna come un graffio in basso c’è ancora la nebbia mentre qui le rocce si stagliano nell’azzurro del cielo, si incontrano solo donne che stanno mietendo o togliendo le erbacce dai campi, ci sono anche dei neonati, tenuti sulle spalle, siamo alti c’è l’aria fine di montagna e comincia ad aprirsi un panorama maestoso, è un ambiente difficile e niente si spreca si creano i campi costruendo muri a secco e riempiendoli con l’erba secca strappata dai coltivi, che sono tutti a grano, le fantomatiche piantagioni di kif non si vedono, qui si coltiva con disumana fatica per mangiare, proprio sul culmine i campi più arditi inclinati verso valle e sostenuti da muri apparentemente precari dove le donne avvolte nei loro drappi colorati sembrano volare.
Cambiando valle l’atmosfera magica si dirada, si entra in un piccolo villaggio con grandi olivi e un fico gigante, dei bimbi ci osservano in silenzio curiosi e timorosi, il douar è raggiunto dalla linea elettrica che segue la pista dei francesi, la strada che abbiamo lasciato a Kef el Ghahar è una strada carrozzabile che risale sinuosa le valli, uno sterrato infinito con mille tornanti potenziale paradiso rallystico, ma la gente di qui praticamente non lo usa, qui si sfruttano le secolari mulattiere che tagliano ripide i crinali in tutte le direzioni. Facciamo solo un piccolo tratto sulla pista francese incontrando la foresta demaniale: una grande area tutta recintata da filo spinato che protegge macchia sofferta di lecci, poi riprendiamo una scorciatoia che precipita veloce verso il souk di Tainaste. Tainaste è un villaggio immerso nel verde, il primo raggiunto dalla strada asfaltata e per questo sede del mercato più importante della zona, che si svolgerà domani. Ci prendiamo un the nel microscopico cafè del souk e ci mangiamo il pollo e i dolci che ci ha regalato Hayshia. Quasi tutti gli uomini fumano il kif nelle piccole pipe di legno tradizionali e i loro sguardi sono lo specchio di menti intorpidite che stonano con il vigore degli alberi rigogliosi, l’aria fresca e la luce potente di questa giornata. Azzedine dice che la gente usa il kif per non pensare ai problemi, al lavoro che manca e alle ingiustizie, soprattutto i giovani ne usano sempre di più, anche le ragazze che non fumano perché e proibito dall’islam, usano di nascosto il tabacco di haschish per farci i dolci. C’è rassegnazione nelle sue parole e mi parla della poca moralità sempre più diffusa che spinge tanti giovani ad avvicinarsi ai traffici illeciti nell mito di veloci arricchimenti.
Ci salutiamo con la promessa che se non riesco a mandare Tambone a casa se lo verrà a prendere sul mediterraneo.
Scendiamo dal godron, ci sarebbe un viottolo ma non trovo l’imbocco, anzi ne trovo troppi quindi proseguiamo dall’asfalto, c’è un gran sole e fa caldo, ci sono tanti cisti bianchi fioriti, sono più grandi dei nostri, dopo un paio d’ore incontriamo il fiume e una montagna che sembra le calanches della Corsica, il fiume si stringe nella gola e disegna pozze e cascatelle. La luce comincia ad essere radente quando incontriamo la prima casa dopo un ponte, ci sono tre coppie e tantissimi bimbi, sono tutti sorpresi di vederci, non capiscono da dove sbuchiamo, come sempre ci offrono ospitalità ma rifiuto, dobbiamo fare tanta strada e ora il percorso ricomincia a salire. |
TagLuglio 2008
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